Alla fine degli anni '70, chi andava ai concerti dei Van Halen notava una cosa strana. Nei momenti più incendiari degli assoli, il chitarrista Eddie Van Halen a volte dava le spalle al pubblico o si copriva la mano destra con un panno scuro. Non era timidezza, né una posa scenica. Era protezione industriale.
Eddie stava nascondendo qualcosa. Qualcosa che avrebbe cambiato per sempre il modo di suonare la chitarra elettrica.
Eruption: due minuti che hanno cambiato tutto
Nel 1978 esce il primo album dei Van Halen. Tra i brani c'è un assolo strumentale di circa due minuti chiamato Eruption. Non ha un testo, non ha un ritornello, non ha quasi nulla di quello che ci si aspetta da una canzone. Ha solo Eddie Van Halen che fa cose con una chitarra che nessuno aveva mai fatto prima.
Il suono è impossibile: cascate di note velocissime, legature fulminee, un flusso continuo che sembra generato da una macchina più che da un essere umano. I chitarristi dell'epoca lo ascoltarono e non capirono. Provarono a replicarlo nel modo tradizionale — plettro nella destra, dita della sinistra sui tasti — e non ci riuscirono. Perché la risposta non era lì.
Curiosità: la Frankenstrat
La chitarra con cui Eddie registrò Eruption non era uno strumento di liuteria pregiata ma un ibrido artigianale che lui stesso aveva costruito cucendo insieme pezzi di corpi e manici diversi, verniciandola a mano con del nastro adesivo e della vernice spray. La chiamò Frankenstrat — da Frankenstein e Stratocaster. Era brutta, asimmetrica e irregolare. Suonava in modo straordinario. Oggi è esposta allo Smithsonian Institution di Washington.Il tapping a due mani: di cosa si tratta
La tecnica che Eddie cercava di nascondere si chiama tapping a due mani. L'idea è semplice nella descrizione, rivoluzionaria nell'esecuzione: invece di usare la mano destra solo per pizzicare o strummare le corde, si usa l'indice o il medio della destra per "picchiettare" direttamente sui tasti del manico, come se la chitarra fosse un piccolo pianoforte suonato con entrambe le mani contemporaneamente.
Il risultato è che si possono coprire intervalli enormi sulla tastiera in frazioni di secondo, ottenendo sequenze di note che con la tecnica tradizionale sarebbero fisicamente impossibili alla stessa velocità. Eddie lo aveva perfezionato in anni di pratica solitaria, spesso chiuso in camera sua per ore, senza mai mostrarlo a nessuno.
Il segreto non poteva restare tale per sempre
I chitarristi che venivano ai concerti dei Van Halen erano lì anche per spiarlo. Volevano capire come diavolo facesse. E lui, gelosissimo della sua invenzione, si girava o si copriva la mano per non farsi copiare. Per un po' funzionò.
Poi, ovviamente, il segreto uscì — attraverso bootleg dei concerti, osservatori attenti, e la pura diffusione virale ante litteram di chi aveva visto e riferito. Negli anni '80 il tapping esplose: ogni chitarrista rock e metal lo adottò, lo elaborò, lo portò agli estremi. Oggi è nel vocabolario base di chiunque voglia fare un assolo degno di questo nome.
Curiosità: Eddie non fu il primo, ma fu il più importante
Il tapping non era stato tecnicamente inventato da Van Halen — Harvey Mandel e Harvey Thompson avevano usato tecniche simili anni prima, e persino alcune registrazioni di chitarristi jazz degli anni '40 mostrano forme rudimentali di tapping. Ma nessuno lo aveva mai trasformato in qualcosa di così musicalmente potente e visibile al grande pubblico. Eddie non inventò lo strumento, reinventò le sue possibilità.Non la tecnica, ma l'ossessione
C'è qualcosa di profondamente umano in questa storia, e non è la tecnica in sé. È l'ossessione. Eddie non aveva inventato il tapping per moda o per stupire la gente. Lo aveva sviluppato perché era divorato dalla voglia di tirare fuori dalla chitarra suoni che nessuno aveva ancora fatto. Passava ore a smontare e rimontare strumenti, a saldare pickup, a modificare amplificatori, a cercare nella testa un suono che ancora non esisteva e poi a inseguirlo finché non lo trovava tra le dita.
La dedizione totale allo strumento è ciò che separa chi suona da chi fa musica. Eddie apparteneva senza dubbio alla seconda categoria. E il fatto che si girasse sul palco per proteggersi dai curiosi dice tutto: per lui quella tecnica non era un trucco da esibire, era parte di sé. Era il frutto di anni di solitudine creativa che non voleva regalare a nessuno prima del momento giusto.
Il segreto alla fine uscì lo stesso. Come succede sempre con le cose belle.